Un patrimonio sulle spalle - Prodigio in slow motion @ La Galleria Nazionale, Roma [13 gennaio]

Un patrimonio sulle spalle - Prodigio in slow motion


180
13
gennaio
17:00 - 20:00

 Pagina di evento
La Galleria Nazionale
viale delle Belle Arti, 131, 00197 Rome, Italy
Domenica 13 gennaio — ore 17 — Via Gramsci 73 Roma
Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea
nell'ambito della mostra ILMONDOINFINE

l'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia
in collaborazione con
la Rete delle Grandi Macchine a Spalla Italiane

presenta

UN PATRIMONIO SULLE SPALLE
e
PRODIGIO IN SLOW MOTION
Metafora della fine e del nuovo inizio nella tradizione del trasporto rituale

Due esperimenti cinematografici sul peso del mondo incentrati sulla Rete delle Grandi Macchine a Spalla Italiane, dichiarata dall'UNESCO Patrimonio dell’Umanità e sulla Corsa dei Ceri a Gubbio.
INGRESSO LIBERO.

http://lagallerianazionale.com/en/mostra/ilmondoinfine-vivere-le-rovine/
http://lagallerianazionale.com/evento/ilmondoinfine-programma-gennaio/

«Poche decine di minuti di una tensione crescente, che marcia nel ritmo verso il parossismo, eppure esprime una forza positiva e perfino «creatrice». Questo è il miracolo di «commozione» che riescono a cogliere e porgere i film di Francesco De Melis...» Gianfranco Capitta

Intervengono:

Leandro Ventura
Direttore dell'Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia

Fabio De Chirico
Referente per il Piano per l'Arte Contemporanea del MIBAC

Stefania Baldinotti
Funzionario antropologo del MIBAC

Maria Fratelli
Dirigente Unità Case Museo e Progetti Speciali del Comune di Milano

Patrizia Nardi
Responsabile tecnico scientifico progetto UNESCO per la Rete delle Grandi Macchine a Spalla Italiane

Francesco De Melis
Regista e compositore

Patrizia Giancotti
Antropologa

UN PATRIMONIO SULLE SPALLE
Un film sulla Rete delle Grandi Macchine a Spalla Italiane decretata dall'UNESCO Patrimonio dell'Umanità

Una bambina svettante nel cielo di Palmi, una macchina lucente come il cuore di Santa Rosa a Viterbo, otto torri danzanti che penetrano il cielo a Nola, undici candelieri che piroettano legando a sé tutta la popolazione con nastri colorati a Sassari. Le macchine a spalla sono quelle impressionanti strutture processionali portate sulle spalle da centinaia di persone nel corso di celebrazioni religiose caratterizzate da un’intensa partecipazione collettiva, profondamente radicate nella tradizione mediterranea. Tra queste, La Macchina di Santa Rosa di Viterbo, i Gigli di Nola, la Varia di Palmi e i Candelieri di Sassari, formano, dal 2005, la «Rete delle Grandi Macchine a Spalla Italiane», che, per audacia, spettacolarità e bellezza delle sue varie imprese è stata decretata dall'UNESCO Patrimonio dell'Umanità, nonché “modello e fonte di ispirazione” per le candidature a venire a connotazione immateriale. Questi trasporti eccezionali, metafora della fine e del nuovo inizio, animati da una pulsione estrema verso l'impresa impossibile, sono al centro delle feste della «Rete delle Grandi Macchine a Spalla Italiane» che, chiudendo enfaticamente un ciclo e aprendone un altro, cadenzano il calendario annuale delle comunità protagoniste di tali impressionanti eventi collettivi. Un patrimonio sulle spalle, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, è concepito con l'intenzione di comunicare al pubblico una percezione contemporanea dei quattro trasporti, con un senso di circondamento audiovisuale e di partecipazione emotiva e musicale: non a caso, è stato girato dall'antropologo-cineasta Francesco De Melis «dall’interno» e con la tecnica della «macchina a spalla». Scandito da un incessante contrappunto di immagini e suoni prelevati «fisicamente» dal cuore delle feste nel corso della ricerca sul campo effettuata allo scopo, il lavoro mira a far vivere una simultaneità dell'esperienza non solo visiva, ma relativa a tutte le sonorità delle feste, come se le quattro cerimonie confluissero in un'unica partitura, per restituire al pubblico l'intensità del trasporto vissuto in prima persona, dal punto di vista e dal “punto di udito” degli stessi portatori. In un rocambolesco divenire, sotto il peso monumentale delle altissime strutture votive, al culmine della fatica fisica e all'apice dello slancio spirituale, i portatori delle quattro cerimonie vengono letteralmente calamitati verso la fine con una irresistibile pulsione collettiva, in cui sembrano riecheggiare le parole sapienziali del grande mistico medioevale Meister Eckhart: «Più il pozzo è profondo, più nel contempo è alto, giacché abisso ed elevazione sono una cosa sola.»

PRODIGIO IN SLOW MOTION
Visibile e invisibile nella Corsa dei Ceri a Gubbio
Sequenze video per un'installazione

E' una corsa spericolata quella dei tre ceri portati a spalla dalla piazza di Gubbio fino ai quasi mille metri della chiesa di Sant'Ubaldo, un inseguimento spasmodico al quale partecipa la popolazione al completo. Tradizionalmente celebrata in onore del patrono, si tratterebbe della trasformazione di un'originaria offerta in cera da parte degli eugubini suddivisi nel Medioevo in corporazioni di mestiere, che portavano, oltre a quello di sant' Ubaldo, anche il cero di Sant'Antonio e quello di San Giorgio. Secondo altre ipotesi il nome della festa deriverebbe invece dalla dea Cerere, il cui culto precristiano è documentato, legata al risveglio della primavera e alla celebrazione dello spirito arboreo. In ogni caso, la particolarità che fin dal 1160 contraddistingue il trasporto rituale di Gubbio è la sua fulminea velocità. In questo esperimento cinematografico concepito per una installazione, mostrato in anteprima al pubblico della Galleria d'Arte Moderna, si è scelto viceversa di spogliare l'evento eugubino della sua peculiare rapidità. Sarà invece la lentezza, la cifra poetica scelta per «vedere» a fondo nel convulso e imponente movimento di popolo, e la qualità del ralenti a penetrare i meccanismi di interazione e condivisione, di solidarietà e competizione, fino a scomporre l'azione per trovarne, nella dilatazione, la primaria tessitura antropologica. Lo sforzo sovraumano, i gesti collettivi, la micro-mimica individuale, messi in evidenza da una camera RED in grado di filmare piani sequenza a 180 fotogrammi al secondo, conducono chi guarda dentro un mondo parallelo a quello dell'azione in tempo reale, un mondo sospeso e ieratico, invisibile a occhio nudo, che ci rivela l'altra dimensione di questo complesso rito collettivo. Il flusso delle immagini, ad altissima risoluzione, «danza» sul contrappunto di tutti gli elementi sonori della festa: una musica che deriva dal missaggio dell'ampio ventaglio timbrico dei suoni rituali. Qui non si tratta di azioni performative, di effetti speciali volti a riprodurre l'eco emotiva di una celebrazione, ma del rito vero e proprio, arcaico e immutato, nel quale, grazie a questa intuizione espressiva dell'autore, il pubblico è invitato ad «entrare». Partendo da questa poetica, il film, girato nel corso dell'ultimo quindici maggio sotto una pioggia battente, s'incentra sugli aspetti cinesici, prossemici, teatrali e musicali della Corsa dei Ceri a Gubbio, e sembra confermare la lampante riflessione di Merleau-Ponty secondo la quale il vedere deve essere, per principio, «vedere più di quanto si veda.»

I Gigli di Nola sono otto strutture, una per ogni antica corporazione di mestiere. Ogni macchina è trasportata a spalla da circa 120 uomini, detti cullatori, che si muovono danzando al ritmo incessante di musicisti e cantanti collocati sulla base quadrangolare di ognuna delle altissime piramidi. Questa processione musicale, aperta dalla barca di San Paolino, coinvolge centinaia di migliaia di persone: una “festa felice” semplicemente travolgente.

La Varia di Palmi è una complessa macchina processionale che celebra l'ascensione della Vergine Maria. Il carro votivo, una immensa nuvola con astri rotanti che rappresentano l'universo, ha un'altezza di sedici metri e viene trascinata e sospinta da duecento 'mbuttaturi. Su di esso trovano posto figuranti che rappresentano il Padreterno, gli Apostoli e gli Angeli: li sovrasta l'Animella, una bambina collocata arditamente sulla estrema sommità della Varia, scelta per rappresentare la Madonna Assunta in Cielo.

I Candelieri di Sassari sono undici grandi candelieri di legno dipinto ornate di nastri e stendardi, che rappresentano altrettanti ceri votivi in onore della Madonna Assunta. La Faradda, ossia la discesa, dei Candelieri ad opera dei Gremianti, avviene al suono e al ritmo di tamburi e pifferi, con coinvolgenti coreografie a passo di danza. Gli undici Candelieri dopo aver fatto il giro di tutta la città, si ritrovano sul sagrato della Chiesa di Santa Maria di Betlemme per le ultime giravolte danzanti, prima di entrare a rendere omaggio alla Vergine.

La Macchina di Santa Rosa di Viterbo una imponente torre illuminata da fiammelle e luci elettriche, alta circa trenta metri e pesante cinque tonnellate. Nella città medievale, totalmente oscurata per dar risalto alla sua luminescenza, la macchina viene portata a spalle da centotredici uomini detti «facchini di Santa Rosa» lungo un percorso di oltre un chilometro tra le vie, talvolta molto strette, e le piazze del centro storico. Le quattro feste finora descritte fanno parte della «Rete delle Grandi Macchine a Spalla Italiane», decretate dall'UNESCO Patrimonio dell'Umanità.

I Ceri di Gubbio sono tre manufatti di legno dal peso complessivo di circa trecento chili l'uno, sovrastati dalle statue di sant'Ubaldo, san Giorgio e sant'Antonio abate. Fin dalla morte del patrono sant'Ubaldo, ogni quindici maggio tutta la popolazione si raduna sulla piazza per la «alzata», quando, cioè, le tre corporazioni sollevano platealmente i Ceri, dopo aver rotto un'anfora di terracotta. Da lì parte il vorticoso giro della cittadina, che culminerà nel pomeriggio con la salita in corsa al monte Ingino, dove sorge la basilica di Sant'Ubaldo.
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